Pianosequenza Vol. 2, Panoram: Vinyl 180gr, Recorded in Los Angeles (CA) on Yamaha DC7X pianos. All music written, recorded and produced by Panoram / Raffaele Martirani. Mastered by Matteo Spinazzè Savaris; Cover: Antonio Carena, Cielo, 1970, acrilico su tela, 100 × 100 cm., collezione Casa Museo Carena, Rivoli. € 25.00 + Shipping. Listen Here.
Legare ogni simbolo a un’idea ha reso il mondo maneggiabile, ma anche prevedibile. Sospendere il patto, ritardare la nominazione, lasciare che il suono resti per qualche istante pre-concettuale comporta il rischio dello smarrimento; senza nome, ogni cosa scivola, perde direzione, confondendosi con il rumore di fondo. È il pericolo della pura indifferenza, dove nulla ancora si distingue e l’ascolto rischia di dissolversi in pura percezione. Non si tratta di rifiutare il significato, ma di abbracciare quella latenza in cui la forma si auto-organizza prima di essere catturata dal nome. Si può forse partire dal contrario. Dal nome, per poi arrivare al significato, al senso complessivo: alla cosa. Perché non tutta la musica sa fare i conti con la realtà fisica. Iniziare dal nome permette di scardinare questa dimensione meccanicistica, per approdare a un’altra che permette di spingere gli strumenti al limite, fino a perdere aderenza, facendoli scivolare così lontano da sciogliere la loro voce da ogni vincolo. Le diciassette incursioni in cui si è avventurato Panoram permettono di assistere all’ascolto di quella parte del pianoforte che non esiste, straniando con sentimenti indicibili, al posto di familiarità composte. Il risultato sono suoni e ritmi che nascono da pensieri che non riescono a trovare davvero le parole giuste. Ogni dato, una volta traslitterato sul feltro e sul legno, genera eccedenze: armonici fantasma, risonanze che si inseguono, velocità inconsuete. La sperimentazione appare per certi versi desueta. In un’epoca che confonde la complessità con la quantità, il Disklavier restituisce alla musica una fisicità intransitiva: una precisione che non serve a dominare, ma a osservare come la forma, anche sotto controllo, continui a produrre brevi soglie di inesplorazione. Basterebbe far camminare un gatto su un pianoforte per creare qualcosa; ma l’inutile va messo da parte. Queste forme create da Panoram sono piene di qualcosa.
Tying every symbol to an idea has made the world manageable, but also predictable. Suspending the pact, delaying to denominate, letting sound remain pre-conceptual for an instant leads to confusion; nameless, all things slip away, lose direction and blend in with the background noise. Here lies the danger of pure indifference where all things are indistinguishable and listening risks becoming pure perception. It is not a question of refuting meaning, but rather of embracing that latency where form organises itself before being captured by a name. It is possible, though, to start off from the contrary. From the name to then arrive at the meaning, the drift: to the thing in itself.
Not all music is able to come to terms with physical reality. By beginning with the name it is possible to unhinge this mechanistic dimension and arrive in another dimension that permits pushing the instruments to their limits so any grip on their voice is lost. With these seventeen incursions Panoram enters into a new and unmapped territory of defamiliarized listening to that part of a piano that doesn’t exist, beyond words and in place of composed familiarity. The result is one of sounds and rhythms emerging from thoughts which are lost for words.
Each piece of data, once transliterated on felt or wood, generates surplus: ghost harmonics, resonances that follow one another, at unusual speed. Experimentation in some ways appears out of date. In an epoch that confuses complexity with quantity, the Disklavier restores an intransitive physicality to music: a precision that doesn’t serve to dominate but rather to observe as if form, even under control, to keep on producing brief unexplored exploration thresholds. It’s enough to let a cat walk on a piano to create something: but get rid of the unnecessary. These forms created by Panoram are full of something.
Riccardo Papacci
Home; About; Journal; Mail; Subscribe; Support; Bandcamp



Pianosequenza Vol. 2, Panoram: Vinyl 180gr, Recorded in Los Angeles (CA) on Yamaha DC7X pianos. All music written, recorded and produced by Panoram / Raffaele Martirani. Mastered by Matteo Spinazzè Savaris; Cover: Antonio Carena, Cielo, 1970, acrilico su tela, 100 × 100 cm., collezione Casa Museo Carena, Rivoli. € 25.00 + Shipping. Listen Here.
Legare ogni simbolo a un’idea ha reso il mondo maneggiabile, ma anche prevedibile. Sospendere il patto, ritardare la nominazione, lasciare che il suono resti per qualche istante pre-concettuale comporta il rischio dello smarrimento; senza nome, ogni cosa scivola, perde direzione, confondendosi con il rumore di fondo. È il pericolo della pura indifferenza, dove nulla ancora si distingue e l’ascolto rischia di dissolversi in pura percezione. Non si tratta di rifiutare il significato, ma di abbracciare quella latenza in cui la forma si auto-organizza prima di essere catturata dal nome. Si può forse partire dal contrario. Dal nome, per poi arrivare al significato, al senso complessivo: alla cosa. Perché non tutta la musica sa fare i conti con la realtà fisica. Iniziare dal nome permette di scardinare questa dimensione meccanicistica, per approdare a un’altra che permette di spingere gli strumenti al limite, fino a perdere aderenza, facendoli scivolare così lontano da sciogliere la loro voce da ogni vincolo. Le diciassette incursioni in cui si è avventurato Panoram permettono di assistere all’ascolto di quella parte del pianoforte che non esiste, straniando con sentimenti indicibili, al posto di familiarità composte. Il risultato sono suoni e ritmi che nascono da pensieri che non riescono a trovare davvero le parole giuste. Ogni dato, una volta traslitterato sul feltro e sul legno, genera eccedenze: armonici fantasma, risonanze che si inseguono, velocità inconsuete. La sperimentazione appare per certi versi desueta. In un’epoca che confonde la complessità con la quantità, il Disklavier restituisce alla musica una fisicità intransitiva: una precisione che non serve a dominare, ma a osservare come la forma, anche sotto controllo, continui a produrre brevi soglie di inesplorazione. Basterebbe far camminare un gatto su un pianoforte per creare qualcosa; ma l’inutile va messo da parte. Queste forme create da Panoram sono piene di qualcosa.
Tying every symbol to an idea has made the world manageable, but also predictable. Suspending the pact, delaying to denominate, letting sound remain pre-conceptual for an instant leads to confusion; nameless, all things slip away, lose direction and blend in with the background noise. Here lies the danger of pure indifference where all things are indistinguishable and listening risks becoming pure perception. It is not a question of refuting meaning, but rather of embracing that latency where form organises itself before being captured by a name. It is possible, though, to start off from the contrary. From the name to then arrive at the meaning, the drift: to the thing in itself.
Not all music is able to come to terms with physical reality. By beginning with the name it is possible to unhinge this mechanistic dimension and arrive in another dimension that permits pushing the instruments to their limits so any grip on their voice is lost. With these seventeen incursions Panoram enters into a new and unmapped territory of defamiliarized listening to that part of a piano that doesn’t exist, beyond words and in place of composed familiarity. The result is one of sounds and rhythms emerging from thoughts which are lost for words.
Each piece of data, once transliterated on felt or wood, generates surplus: ghost harmonics, resonances that follow one another, at unusual speed. Experimentation in some ways appears out of date. In an epoch that confuses complexity with quantity, the Disklavier restores an intransitive physicality to music: a precision that doesn’t serve to dominate but rather to observe as if form, even under control, to keep on producing brief unexplored exploration thresholds. It’s enough to let a cat walk on a piano to create something: but get rid of the unnecessary. These forms created by Panoram are full of something.
Riccardo Papacci
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